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Portoviro
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La cucina principale di una villa
(xilografia da B. Scappi, 1571)
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Il sapore e
il gusto della cucina veneziana nascono nelle isole, in
tempo remoto; si sposano e confondono, più tardi, con gli
ingredienti e gli aromi dei prodotti della terraferma, con
una immaginazione culinaria sostenuta da esperienze
alimentari colte nei viaggi mercantili nel vicino oriente.
Ma la caratteristica originale resta fedele alla lontana
origine, quando pesca, caccia e orticoltura offrivano
prodotti e ingredienti alla cucina veneziana. Il broeto
antico e le zuppe di molluschi ne sono una testimonianza,
come la ricchezza e la varietà dei piatti di pesce,
all'arrosto, sulla graticola, in fritti saporosi, in umido
(umido di seppie) fino all'esaltante saòr. E non
si può dimenticare la capacità "di esaltare il
gusto del manzo, dei carnami, del fegato, con misurati e
temperati accostamenti degni in qualche caso della più
ricercata cucina internazionale" (R.
da Mosto, Il Veneto in cucina, A. Martello - Giunti
Editore, Firenze, 1974, p. 15). Un'eredità dello
spirito mercantile veneziano, una vocazione
all'ospitalità della città stessa. I prodotti della
terraferma entrano nella cucina veneziana attraverso un
sapiente equilibrio di gusti, ingredienti e aromi. I
risultati migliori sono certo i risotti, morbidi,
delicati, dal sapore inconfondibile. |
Quella del
Polesine è una cucina naturale e semplice, coerente con
il carattere degli abitanti. La caccia e la pesca offrono
alla cucina polesana sapori altrove introvabili. Nelle
trattorie, lungo gli argini dei fiumi e dei canali, fuma
sui larghi focolari la graticola di grosse e tenere
anguille, e la polenta troneggia nel suo colore dorato
sulle tavole imbandite. La caccia arrosto o allo spiedo
sostituisce spesso il pesce: tra gli alari girano
schiodinate di mazori, ciossi, anitre selvatiche.
Anche la "campagna" non è da meno delle zone
paludose. Le teglie con la scura faraona, oppure il
cappone ripieno, i piccioni farciti sono il risultato di
allevamenti sapienti, che non hanno del tutto dimenticato
le vecchie regole contadine. Il risotto di branzino è una
peculiarità tutta polesana, come la bondola dal
robusto sapore.
Testo
tratto da "La cucina tradizionale veneta" di
Dino Coltro Ed. Newton Compton
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Interno di
cucina
(xilografia tratta dall'edizione veneziana del 1571
di B. Scappi, L'arte del cusinare)
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"Strumenti" vari di cucina:
da una molletta per pasta a una
cassetta per conservare le spezie
(rame da B. Scappi, Opera)
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I colli
Euganei, e la pianura che corre verso il mare, senza
raggiungerlo, caratterizzano un paesaggio
"contadino" che entra nelle città e nei paesi e
crea angoli pittoreschi di pergolati dove, spesso, si
riconoscono le vestigia di antiche osterie, e dove,
probabilmente, è nata la consuetudine dei pollastri ai
ferri, delle lasagne, delle faraone rosolate, dei prelibati toresani
(i toresani vicentini di Breganze).
In questa "sinfonia gastronomica" le minestre di
riso della cucina padovana fanno concorrenza a quella
veneziana. Vi troviamo il risoto coi rovinazzi, con la
luganega, con i bisi. Celebre il detto ghe
n'è par sete padovani, per indicare una tavola
imbandita con abbondanza. Se si pensa alla pettoruta gallina
padovana che "fa da centro ai secondi", ai
capponi, eccezionali per dimensioni e qualità delle carni,
alle oche grasse e gonfie, ci si rende conto che
l'espressione non è esagerata.
La polenta di Cittadella è un dolce famoso e
squisito, ma della polenta ha solo il nome. Invece,
la smegiazza, gli antichi zaleti conservano
vecchie ricette a base di farina gialla.
Testo
tratto da "La cucina padovana" G. Maffioli Ed. F.
Muzzio, Padova 1981 |
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